La polizia di Timbuktu

Due poliziotti hanno fatto irruzione nel mio albergo, di buonora per la locale polizia, cioè alle nove.
Uno di loro ha picchiato alla porta come un pazzo ma senza urlare “APRITE POLIZIA” come fanno nei film, e quindi ho pensato che si trattasse di pazzo e non mi sono sbrigato a  uscire dalla doccia per aprire.
La cosa lo ha reso ancora più nervoso ma ancora non ha pronunciato la parola magica “APRITE POLIZIA”-

Più tardi ho chiesto perché non avevano detto “Polizia, aprite”, l’ispettore mi disse che se lo dicono, la gente scappa attraverso la finestra.
Probabilmente preferiscono soltanto demolire le porte a pugni .

Quando infine ho aperto ho visto due i giovani  mi hanno dato effettivamente l’impressione che fossero dei folli e ho pensato si trattasse di persone affette dalla malattia che provoca un irresistibile bisogno di grattarsi e che volessero essere curate urgentemente.
“Sono appena uscito dalla doccia – ho detto loro molto cortesemente (bisogna sempre essere gentili con i pazzi)- dovete tornare più tardi”.
Mi ha sbattuto un foglio colorato sotto il naso: ” Sono il vice commissario di Timbuktu, siamo venuti per un controllo”.
“Bene, lasciate che mi vesta e sono da voi”, gli ho portato il mio passaporto e il giovane vice commissario mi ha informato che qualcuno mi aveva denunciato per esercizio abusivo della professione medica.

Non posso crederci: la gente del quartiere viene a farsi curare da me da solo una settimana. Non potevo certo rifiutarmi di aiutare quelle madri di bambini in lacrime, quelli che hanno la scabbia con piaghe purulente, quelli che hanno emicranie che rendono cieco, quei vecchi che non riescono a dormire a causa dei dolori reumatici…
Cosa dovevo fare? negarmi? se gli avessi detto di andare all’ospedale mi avrebbero risposto che già ci sono stati e senza esito, oppure che non hanno soldi per acquistare le medicine.

Non ci sono medicine gratis qui e i miei amici mi dicono che le ricette dei medici dell’ospedale sono troppo costose. Ho incontrato diverse madri che mi hanno raccontato che per curare la tosse del loro bambino i medici dell’ospedale prescrivono sei o sette diversi sciroppi antibiotici e i bambini sono ancora malati e non guariscono più.

Il nervoso vice commissario di Timbuktu ha quindi perquisito la mia camera da cima a fondo, poi mi ha fatto condurre al commissariato sotto scorta e mi ha lasciato lì ad aspettare cinque ore. Poi dopo tutto questo tempo mi ha lasciato tornare all’hotel con grande bontà e spirito umanitario.
Non senza avere convocato la donna che mi ospita nel suo albergo, averla accusato di aver prestato suoi locali a pratiche mediche illegali e, infine, confiscatomi il passaporto, gli aghi e le mie essenze.

Sono prigioniero a Timbuktu, non posso lasciare né la città né il paese. Come gli ostaggi Francesi nel Sahara.