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Il principe dei profumi

di  Alessandro Calderoni

31/10/2006

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Creare un’essenza e prevederne gli effetti sulla psiche è un’abilità a metà strada tra magia e ricerca di laboratorio. Lo racconta un compositore di aromi molto particolare

«Compositore profumiere»: così si definisce Dominique Dubrana, un 50enne di origini francesi che vive alle porte di Rimini con la moglie italiana e due figlie. La sua vita sembra uscita dalle pagine del romanzo Profumo di Patrick Süskind o di L’alchimista di Paulo Coelho.

Dubrana prepara artigianalmente profumi naturali personalizzati, e per le aziende crea loghi olfattivi, cioè marchi aromatici che consentono di identificare determinati prodotti. Ma non è un semplice «naso»: il suo campo d’indagine è la psicologia olfattiva, ovvero, come precisa, «lo studio degli effetti che gli odori producono sul sistema nervoso e sulla psiche umana attivando il sistema endocrino in modo costante e prevedibile».

Quando ha deciso di dedicare la sua vita agli odori?
A 18 anni, per rifiuto nei confronti della vita borghese, sono scappato dalla Francia e ho intrapreso un viaggio durato più di un decennio. Dall’Africa al Medio Oriente, all’Asia. Ho scoperto la passione per l’olfatto perché, non potendo spesso permettermi di mangiare, mi nutrivo degli odori che mi circondavano. Ho frequentato le botteghe dei profumieri di Egitto, Siria e Arabia Saudita. Nel 1986 sono arrivato in Italia e ho deciso di stabilirmi qui.

Come si estrae un profumo dalla materia prima?
Occorre eliminare a poco a poco tutto ciò che non è odore. Il metodo dipende dalla tipologia di materia prima. Per ottenere un olio essenziale si procede per distillazione. Il vapore acqueo passa attraverso la pianta, la parte aromatica viene catturata e si condensa galleggiando sull’acqua di raccolta. In proporzione l’essenza va dallo 0,02 allo 0,2 per cento della materia distillata. Con 6 tonnellate di petali di rosa si produce 1 litro di essenza, mentre per 1 litro di olio essenziale di lavanda bastano 40 chili di materia prima.

E poi?
Un’altra tecnica è quella per ricavare la tintura madre: le materie aromatiche sono messe a bagno nell’alcol alimentare al 96 per cento, che ne assorbe il profumo. Si va dai tre giorni di immersione per lo zafferano ai sei mesi per l’ambra grigia. Per materie prime come gelsomino, tuberosa e castoreum vanno invece usati solventi diversi, come il benzene. Così si ottiene la concreta, una pasta che si mette in alcol per ottenere l’assoluto di una determinata materia.

Alla fine si mischiano le essenze come in un cocktail?
Si dosano le proporzioni degli ingredienti in gocce e si lascia riposare il composto in modo che le molecole si leghino. Di norma il profumo contiene dal 5 al 20 per cento di essenza, a seconda dell’aromaticità degli ingredienti. Il resto è alcol.

In che modo un profumo interagisce con chi lo porta?
Già a partire dalla scelta: gli odori preferiti da un individuo sono una tavolozza dei tratti della sua personalità. Il patchouli spesso è preferito dalle indoli ribelli, le spezie sono associabili a chi ha bisogno di calore, le resine agli introspettivi, i fiori alle personalità sensibili, gli alberi ai soggetti affidabili, i frutti agli edonisti e ai tipi solari.

In «Profumo» Süskind fa cercare al protagonista un odore in grado di dominare il cuore degli uomini. Solo letteratura?
Il nostro istinto ci fa riconoscere come buona in sé qualsiasi cosa che abbia un buon odore. Se il marketing è una forma di dominio del cuore, perché ti fa comprare ciò che non penseresti di acquistare, in questo settore la psicologia olfattiva e l’aromaterapia possono intervenire in diversi modi. Profumando gli spazi commerciali per aumentare il tempo di permanenza di un cliente, come fanno alcuni supermarket inglesi diffondendo l’odore di pane fresco. Oppure sintonizzando un prodotto con il suo target, magari con un logo odoroso che lo renda riconoscibile. In Giappone si sperimenta la somministrazione di essenze per aumentare la produttività (salvia, limone) o il rilassamento (lavanda) dei dipendenti di un’azienda.

Quando si parla di potere degli odori è inevitabile citare i feromoni.
Sono le molecole aromatiche che tra gli animali condizionano i processi riproduttivi. Tra gli umani generano attrazione o repulsione. Una ricerca inglese ha suggerisce che l’odore entra in gioco fin dalla scelta del partner: il naso delle donne sarebbe capace di individuare gli uomini geneticamente meno compatibili.

Il suo più recente ambito di ricerca è il kodo giapponese. Di cosa si tratta?
È lo zen del profumo: raggiungere la consapevolezza delle emozioni innescate dall’odore attraverso l’introspezione. Su questa linea ho ideato un programma di educazione olfattiva che proporrò alle scuole di Senigallia, d’accordo con il provveditorato. Il mio pianoforte ad aromi ha dieci tasti, ciascuno collegato all’emissione di un odore specifico. I primi sette sono archetipi olfattivi, essenze per le quali siamo predisposti geneticamente a una risposta: fieno, rosa, cannella, pino, lavanda, limone, mandarino. Servono a insegnare ai bambini ad assegnare un nome agli odori e a riconoscerli uno per uno o miscelati in una sorta di melodia aromatica. Gli altri tre tasti propongono patchouli, vetiver e ylang ylang.

Quali sono le essenze più difficili da estrarre o reperire?
La radice di iris va essiccata per tre anni, viceversa alghe e funghi devono essere freschissimi. L’ambra grigia è uno prodotto organico del capodoglio ed è raro, ma mai come il muschio animale che deriva dalle ghiandole di un cervo orientale in via d’estinzione, per il quale esiste un mercato nero.

Sarebbe possibile ottenere un profumo a base di essere umano?
Per catturare l’odore di un adulto basterebbe immergerne in alcol la peluria o strofinare con un batuffolo le zone del corpo a più alta concentrazione di feromoni: cuoio capelluto, ascelle e area perigenitale. Tamponando il cranio di un bimbo piccolo con un batuffolo di cotone, invece, si può ottenere un tenero profumo di neonato.