MARCHESHVÀN – OLFATTO

(tratto da I dodici sensi)

Secondo il Talmud (Berakhòt 43b) l’olfatto è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo. Inoltre, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice infatti che Eva “vide che il frutto era buono“, e che Adamo “ascoltò la voce della moglie“, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò, e grazie a questo fatto il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi. Esso permette di scoprire e di distinguere realtà molto sottili, del tutto nascoste agli altri sensi.

La kabbalà spiega che per poter creare i mondi Dio ha operato una restrizione (zimzùm), cioè ha velato e nascosto la Sua presenza all’interno dello spazio-tempo che avrebbe poi ospitato l’universo. Se così non fosse stato le creature finite non avrebbero potuto resistere neppure per un istante all’intensità della gloria del Suo splendore. Tuttavia la presenza della restrizione apre la porta ad una serie di fenomeni negativi, quali il senso di mancanza e di bisogno, o peggio, l’incapacità di percepire l’esistenza di Dio. Ma ciò è vero solo in parte, dato che la restrizione non ha nascosto completamente il Divino. Nello spazio vuoto è rimasta un’impressione (reshimà) della Sua presenza, un qualcosa che, metaforicamente parlando, può essere paragonato al profumo.

Ed ecco che ciò che gli occhi non vedono e le orecchie non sentono viene invece riconosciuto dall’olfatto; pur non essendoci prove chiare, evidenti, logiche ed inconfutabili dell’esistenza di Dio, l’olfatto spirituale ne scopre il profumo, scopre la traccia della Sua presenza.

Quanto detto permette di comprendere anche il significato del versetto conclusivo del Cantico dei Cantici: “Fuggi amico mio, e renditi simile alla gazzella, o al cerbiatto sopra i monti degli aromi.

Pur se l’amico (cioè Dio stesso) si allontana velocemente, superando in continuazione le sicurezze razionali, evadendo gli schemi nei quali la mente logica vorrebbe rinchiuderLo, la sposa (che è l’anima di Israele) può seguire la traccia del Suo profumo, e quindi conoscerne l’essenza. Infatti, come dice il Cantico: “Un olio profumato è il Tuo nome...”, e conoscere il nome di Dio significa conoscere la Sua natura profonda, le Sue caratteristiche più vere.

Forse è proprio in virtù di queste sue doti di sottigliezza e di penetrazione che il senso dell’olfatto è chiamato il senso del Messia, anche se l’origine di tale affermazione va rintracciata nel versetto di Isaia (11°, 3): “E avrà il profumo del timore di Dio, non giudicherà secondo ciò che appare agli occhi, e non prenderà decisioni per sentito dire…

In altre parole, il Messia saprà descrivere la realtà non solo secondo ciò che appare all’intelligenza (vista) o alla mente razionale (udito), ma sarà dotato di una percezione mistica, che gli permetterà di percepire i lati nascosti di ogni situazione, il valore interiore di ogni persona.

Dobbiamo ora cercare di comprendere quale legame sia presente tra il mese di Cheshvàn e il senso dell’olfatto.

Il libro chassidico “Benè Issakhàr”, un testo fondamentale per comprendere le qualità dei singoli mesi ebraici, nel parlare di Cheshvàn cita un’interessante midrash. Il re Salomone terminò la costruzione del Tempio di Gerusalemme proprio questo mese, ma fu avvertito dallo Spirito Santo di attendere ad inaugurarlo quasi un anno, fino al Tishrì successivo. Si dice allora che il mese di Cheshvàn si lamentò con Dio per il torto subito, cioè per aver perso l’onore di essere il mese dell’inaugurazione del Tempio. Infatti, tutt’oggi, Cheshvàn è forse l’unico mese dell’anno in cui non ci sono feste o avvenimenti particolari. Ma Dio gli promise che ci sarebbe stato per lui un onore ancora maggiore: nel futuro l’inaugurazione del Terzo Tempio, quello eterno, sarebbe avvenuta proprio in Cheshvàn!

Il legame tra Tempio e senso dell’olfatto emerge con chiarezza se si pensa che l’offerta dell’incenso aveva un ruolo predominante nel servizio del Tempio. Si pensi allo Yom Kippùr, quando il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi con il turibolo dell’incenso; o al fatto che l’altare sul quale si bruciava l’incenso si trovava proprio nel mezzo dell’hekhàl, tra il tavolo dei pani della proposizione e lamenorà. Sostanze profumate venivano mescolate anche nei sacrifici animali e delle primizie, e tutto ciò contribuiva a far sì che da ciò si alzasse il famoso réach nichòach (un profumo che ispira serenità).

Infine, lo stesso monte del Tempio è chiamato har ha-Morià, e questo termine viene fatto risalire alla parola mirra, il nome di uno dei profumi che componevano l’incenso. Ma questa radice significa anche mar, cioè amaro; il potere dell’incenso (e quindi delle offerte compiute nel Tempio) è dunque quello di addolcire le amarezze, di trasformare pene e dolori in gioia e felicità.

Commenti di AbdesSalaam

Leggendo testi come questo, che manifestano la pura e profonda fede monoteistica  che accomuna noi Musulmani, con i figli di Isacco,  avrei tanto piacere a chiamarli fratelli.  L’ignominiosa e inutilmente crudele oppressione della popolazione palestinese che da viaggiatore ho testimoniato di persone mi obbliga ad ammonirli: “Dio vi ha vietato l’ingiustizia, e nella sua giustizia vi tratterà come voi trattate le sue creature”.

AbdesSalaam Attar