Il terzo giorno abbiamo misurato la profondità del pozzo. Mamutu lo aveva già fatto il giorno precedente e tutti sapevano di avere già vinto il premio di ventimila franchi.
Invece non è così, mancano ottanta centimetri per avere cinque metri d’acqua. I lavoratori scavano da ieri senza aggiungere profondità al pozzo perché ogni volta che usiamo la pompa per svuotare i tre metri di acqua che ci impediscono di lavorare, la sabbia entra nel pozzo a causa della pressione. Dovremmo lavorare con degli erogatori da sub, ma non c’è tale materiale qui.

Tutta questa sabbia che togliamo può destabilizzare l’appoggio del pozzo, la grande quantità d’acqua che entra da tutti i buchi dei nostri cilindri ci impedisce di lavorare, abbiamo valutato con Ibrahim la situazione e abbiamo deciso di fermarci qui.
L’acqua è talmente tanta che non riusciamo a svuotarla con la pompa, il pozzo è stato costruito male dall’inizio e proseguire è pericoloso.
Abbiamo raggiunto un ottimo risultato anche se non è quello specificato nel contratto.

Abbiamo quindi riempito il fondo di ghiaia filtrante per impedire alla sabbia di risalire e abbiamo chiuso il fondo con la dalla perforata. In due giorni di lavoro intenso abbiamo demolito e rifatto la parte superiore del pozzo, e installato una super struttura moderna per tirare l’acqua con molto meno sforzo.

Siccome il pozzo produce molto acqua Ibrahim ha installato tutto intorno  una dalla di cemento che impedisce all’acqua persa di scendere lungo il corpo del pozzo sotto terra. Molta acqua persa, col tempo potrebbe fare crollare il pozzo.

Quando i Tuareg hanno provato il sistema ideato da Ibrahim, con le pulegge dotate di cuscinetti della Mercedes, sono stati entusiasti. Le pulegge di Ibrahim sono costose da fabbricare, ne abbiamo solo 3, per i tre lati della super struttura. Abbiamo dato una al “Re”, una al suo nipote che ha lavorato sodo con noi fino alla fine, ed una al mio vecchio amico Ismail.

Il misto di tecnologia e di tradizione arcaica è molto fotogenico. Abbiamo installato il sistema che permette ai Tuareg di abbeverare gli animali a 12 metri del pozzo senza trasportare i secchi d’acqua a mano, grazie ad un tubo sotterrato che fa comunicare due vasche.  

Ho dato al pozzo il suo nome in Arabo: Bir Amin, che significa “pozzo di fiducia”, e l’ho scritto nel cemento fresco. 

Adesso dobbiamo aspettare solo un giorno per fare asciugare il cemento, e quando torneremo dopo domani, scenderò nel pozzo per versarci l’acqua della sorgente sacra della Mecca: L’acqua di Zam Zam.

Prima di partire ho chiamato i lavoratori e gli ho detto. Voi siete i cinque duri, avete resistito a tutte le fatiche per 45 giorni e non vi siete scoraggiati, vi meritate veramente un extra per la vostra perseveranza, un extra di ventimila franchi.
Si sono chiamati da soli i “cinque magnifici”. I tre moschettieri erano quattro, i nostri cinque magnifici sono sei, perché Abu Bakr, il nipote del capo Tuareg, ben che lavorasse liberamente per il pozzo di sua proprietà, ha lavorato anche lui dall’inizio alla fine del cantiere. Quindi anche a lui ho dato ventimila franchi. La squadra dei cinque magnifici, Abu Bakr è a sinistra.