Sharif, Ricordare le Prime Funzioni del Profumo

Photo courtesy Nathan Branch

Traduzione autorizzata dall’autore Denyse Beaulieu  Graindemusk

C’è un momento, nella pratica di qualsiasi mestiere, in cui è il tuo materiale – che si tratti di argilla, di parole, o di essenze aromatiche – a determinare la forma che è chiamato ad assumere. La percezione della sua logica interiore, delle sue dinamiche e delle sue armonie, sembra aggirare i processi del pensiero razionale: lo sai, e basta. Ciò non ha niente a che vedere con la confusa nozione romantica di “ispirazione”, ma è piuttosto il risultato di una profonda conoscenza, di una sintonia con elementi molto precisi del vostro materiale: una “esistenziazione” che svela ciò che era già noto – per coloro che hanno una certa conoscenza della filosofia Tedesca: sì, ho letto Heidegger. Questa connessione intuitiva non esclude l’intenzione estetica, la maestria tecnica od una comprensione intellettuale di ciò che viene realizzato durante il processo: tu fai, e poi comprendi ciò che hai fatto.

I profumieri contemporanei che lavorano nell’ambito della tradizione Francese attingono ovviamente a questa connessione intuitiva coi loro materiali: ciò emerge regolarmente nelle conversazioni sulla genesi di un profumo. Tuttavia, nei casi più interessanti, i loro profumi non indugiano in quella zona dove le parole sono sospese. C’è una leggibilità in essi, quando se ne conosce il linguaggio; un riflesso della storia della profumeria, di specifiche note od accordi, dello stile del profumiere stesso.. Essi dimostrano elementi prominenti, su cui è possibile innestare narrazioni o commenti critici; informati dal discorso, generano discorso.

Questa natura discorsiva e narrativa della tradizione della profumeria Francese appare assai nettamente quando si sperimenta in contrasto col lavoro di Dominique Dubrana, alias AbdesSalam Attar, di Profumo Italia. Benché abbia indossato diversi campioni delle sue composizioni, queste non sembrano mai innescare un lungo discorso, e certo non perchè non ci sia alcunché da dire su di loro, ma perchè sembrano invitare alla contemplazione, più che alla spiegazione discorsiva.

Probabilmente questo è un effetto del fatto che il profumiere è un Sufi. Quel poco che so di questo ramo mistico e meditativo dell’Islam mi induce a pensare che quel senso di sintonia intuitiva che si stabilisce tra l’artigiano e la sua opera potrebbe trovarsi in gioco nella stessa ricerca che il Sufi compie, per liberare se stesso dall’Io e raggiungere la Verità.

Può anche darsi che quest’effetto sia dovuto al fatto che l’intento del profumiere non è esclusivamente estetico. Benché sia chiaramente guidata dalla bellezza, infatti, la profumeria di Abdes Salam risale fino alle prime funzioni del profumo: spiritualità, erotismo e terapia.

Come risultato, i suoi profumi trasmettono una sensazione profondamente arcaica. Non perchè essi siano basati su formule antiche, ma perchè sembrano scaturire dal desiderio di attingere ad una mentalità pre-moderna. Per me il suo atteggiamento non è dissimile quello di Pier Paolo Pasolini, quando ha girato Le Mille e Una Notte o Medea: non il tentativo di adattare o di mostrare la modernità di un racconto antico, bensì cercare di guardare attraverso gli occhi di coloro che per primi lo hanno narrato.

Opportunamente, il suo nuovo Sharif è destinato ad esprimere un valore che è davvero poco diffuso oggi nel mondo Occidentale:la nobiltà. Non di quel genere ereditato attraverso la primogenitura di principini senza spessore, bensì la nobiltà di carattere. E come un nobile carattere, esso non si lascia domare od avvicinare facilmente: devi passare attraverso il fuoco della sua nota superiore canforacea, prima di avvertire la sua morbidezza.

E’ quasi sorprendente trovare Sharif così liquido nella sua bottiglia, poichè il suo aroma evoca la tattile, duttile, corposa qualità di una pasta. Sembra qualcosa che si possa leccare o masticare: un preparato liscio e resinoso, simile al majoun, un tipo di marmellata di cannabis in cui la resina è fusa col miele e le mandorle. Non ci sono note di cannabis in Sharif, ma ha note di miele e di mandorle, con lo zafferano che offre una nota medicinale ed un effetto di cuoio.

Se quest’ultima è il cuore del profumo, essa è anche, per il mio naso, un ampliamento delle proprietà dello zibetto. Tinture di zibetto fanno comparire le sfaccettature lievemente mielate e scure di Sharif. Ed ancora, ciò collega la fragranza con le antiche tradizioni del mondo Islamico.

Mi chiedevo come un materiale così pungente come lo zibetto avesse trovato il suo spazio nei profumi. E’ probabile che esso abbia raggiunto l’Occidente tramite gli Arabi che viaggiavano in Etiopia, dove era utilizzato a scopi rituali. Il profumo è stato utilizzato anche a scopi magici o terapeutici in Occidente per secoli: gli effetti estetici dello zibetto potrebbero essere stati riconosciuti in seguito. O forse furono gli alchimisti, che si crogiolavano nel trasformare gli elementi di base in oro profumato..

Com’è evidente, Sharif ha delle storie da raccontare, come tutte le fragranze di Abdes Salam Attar: sono solo raccontate in una lingua diversa. Il suo legame con i suoi materiali, attraverso il suo percorso spirituale, e con le pratiche antiche ed i racconti desunti dai suoi viaggi, può essere ciò che conduce il suo lavoro in una dimensione diversa da quelle esplorate dalla maggior parte dei profumieri naturali. C’è qui una profondità di cultura che si traduce in termini estetici; una profondità di risonanza che dà a Sharif non solo bellezza, ma una quieta autorevolezza.

Foto courtesy Nathan Branch

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *